
Oggi torniamo a parlare di esami che permettono di stimare la possibilità di malattie genetiche nel feto; abbiamo già illustrato l’amniocentesi e la villocentesi, i due test più noti per cercare di individuare le possibilità di partorire un bambino affetto da sindrome di Down, che però, essendo esami invasivi, prevedono un rischio, seppur minimo, di danneggiare il feto e quindi di provocare un aborto; essi, infatti, vengono effettuati prelevando, nel primo caso il liquido del sacco amniotico, e nel secondo i villi coriali, ovvero i frammentini tessutali della placenta.
Nell’attesa dell’adozione ufficiale dello SmarTest, una buona possibilità per appurare la presenza di malattie cromosomiche nel feto senza ricorrere ai test invasivi, è quella di effettuare il Tritest, che consiste in un semplice prelievo del sangue da effettuare tra la quindicesima e la diciassettesima settimana di gravidanza.
Con il Tritest è possibile valutare la presenza di tre sostanze prodotte dalla placenta e dal fegato del feto, le quali, elaborate insieme ad alcuni parametri come la salute, il peso e l’età della madre, permettono di calcolare le probabilità di avere un figlio affetto dalla sindrome di Down.
Il Tritest non garantisce alcuna certezza sulla presenza di malattie cromosomiche, ma permette di identificare le gestanti che avrebbero bisogno di sottoporsi all’amniocentesi, in quanto necessitano di un esame più affidabile. Per aumentare la sicurezza del Tritest, esso viene spesso associato a quello della translucenza nucale, un’ecografia che va eseguita tra la decima e la tredicesima settimana di gestazione.


